PINA LUPOI

Tra le carte di mio padre Antonino Lupoi - La Calabria della rinascita e delle battaglie

pagg.202 € 15.00

Se lui avesse previsto la sua morte l’undici di settembre del 2005 avrebbe sorriso in quella sua maniera. L’undici di settembre come il crollo delle torri gemelle, l’undici di settembre come la morte di Salvador Allende se la memoria mi aiuta...
Mio padre viene su questa terra la vigilia di Natale, il 24 dicembre del 1914, e l’Aspromonte lo cullò per svariati anni.
Chi nasce a Natale è un segnato dal destino buono e percorre i sentieri degli idealisti... Analitico e prudente in un carattere sanguigno, Antonino Lupoi è qui, in quello che ci ha lasciato.
Ho atteso prima di iniziare; ho davanti alcuni suoi scritti e specie quelli che riguardano la sua vita politica e sociale sono stati da lui raccolti con meticolosa cura. Ne trarrò solo alcuni, perché la memoria di un periodo, resti nella storia della Calabria...
Una parte di quest’opera riguarda i suoi stati d’animo di fronte ad eventi importanti a cominciare dalla morte di sua madre.
Credo che sia in sintonia col suo profilo non tralasciare questi tratti scelti da me con lo stesso sentimento che mi spinge a disegnare di lui un profilo che non risulti pomposo, ma autentico ed essenziale.
Si iscrisse alla DC nel dopoguerra, quando uomini di spessore come Alcide De Gasperi mostravano di saper raccogliere i cocci di una Italia a brandelli e ricostruire un Paese che rispettasse le radici cristiane. Tra gli scritti degasperiani ne traggo uno efficacissimo: “Il vero partito democratico non può impadronirsi dell’uomo e pretendere di disciplinarlo; questo è soprattutto dei partiti totalitari”.
Questo alto pensiero del grande statista, mio padre lo applicò soprattutto in due grandi occasioni durante la sua vita di militante nel partito dello Scudo crociato, fondato da De Gasperi nel ‘42 assieme ad altri nomi illustri, in testa Don Sturzo.

Questi scritti, assemblati secondo un ordine cronologico, parleranno e spiegheranno quel burrascoso periodo, quando si cominciava a capire che la DC - il primo partito in Italia - era costituita da troppe anime, da troppe correnti e il clientelismo e l’ipocrisia rischiarono di travolgere il concetto stesso dei principi democratici.
Questo lavoro non vuole essere la biografia di mio padre, ma soltanto un flash su un periodo italiano e soprattutto calabrese in cui c’era anche Antonino Lupoi tra coloro che sognarono una pagina coraggiosa e degna di memoria.
Forse per un mio peccato d’orgoglio, ho creduto che toccasse a me assemblare con un certo ordine queste carte “vive” di mio padre. Sapevo che aveva lasciato in un cassetto molte rubriche dove annotava tutto, ma quelle riguardavano la sua vita in famiglia... la sua privacy. Non le ho trovate o non le ho volute trovare... sarei potuta scivolare in un romanzo e questo non era il mio intento.
In questa prima fase desidero inquadrarlo come giovane calabrese in linea con il primo periodo della nostra bella Repubblica.

L’Italia usciva dalla guerra, lui l’aveva conosciuta e ancora portava nel cuore il bombardamento del ‘43 durante il quale anche nei paesi dell’Aspromonte bombe anglo-americane avevano terrorizzato non solo i tedeschi, che se la diedero a gambe, ma anche popolazioni di calabresi che persero case parenti e dignità.
Mio padre si trovava nella sua terra - aveva ottenuto una licenza di un mese dall’Africa settentrionale, dove si trovava col grado di tenente di artiglieria - per poter sostenere gli orali di un concorso a cattedra.
Al suo paese, Sinopoli, trasportò morti e feriti che caddero per strada, come cadono e svaniscono nel dolore i corpi di tutti i caduti, malcapitati vecchi e giovani: avvolti dalla stessa efferatezza. Lui, in nessuna occasione, dimostrò particolare simpatia verso il fascismo ma come italiano che visse in quel periodo, compì il suo dovere fino in fondo, e nelle lettere che scrisse a nostra madre dall’Africa, io ero appena nata, parla di piccoli dettagli della vita militare e di sentimenti profondi verso la sua famiglia. Le lettere erano controllate e la posta subiva una lentezza estenuante. Ma mio padre, come tutti gli altri militari italiani di ogni tempo, era orgoglioso di poter fare il suo dovere in un periodo maledettamente coinvolgente e cruento.
Sarebbe potuto non ritornare dal fronte; in casa specie suo fratello Vincenzo, il maggiore di otto figli, gli indirizzò una lettera in cui gli raccomandava di essere accorto, anche per la sua salute. Qualche anno prima, un cardiologo romano, Frugoni, gli aveva diagnosticato una endocardite. Si cominciò a temere per la sua vita e più ancora lui era in ansia per mia madre, che era figlia unica e orfana di padre. Era la sua innamorata da quando erano due ragazzini e si sarebbero sposati non appena il lavoro glielo avesse consentito. Entrambi si guardavano con ansia per il loro futuro...
Quel verdetto medico aveva atterrito l’intera numerosa famiglia di mio padre; ma fortunatamente fu un errore della scienza “un granchio” come dovette constatare lo stesso medico romano che lo rivisitò dopo qualche tempo. “No! se fosse stata davvero quella malattia, non ci sono cure veramente efficaci per debellarla” aggiunse quel luminare degli anni quaranta.
Mio padre considerò quell’episodio un vero miracolo e per tutta la sua vita accrebbe la fede in Dio e nella Madonna delle Grazie. C’è un quadro che si trova nella chiesa Madre del suo paese, Sinopoli, che ha origine bizantina, ed anche se il restauro subito negli anni ha alterato il volto della Madre e del Bambino, quel quadro ha rappresentato una icona sacra e di riferimento in molte occasioni, per la mia famiglia. Si sposarono in quella chiesa, nel ‘41 e mia madre gli fu accanto e lo amò con dedizione e lo seguì nella sua tumultuosa vita politica.

Era riservata nei suoi sentimenti, ma le sue lettere a lui e le foto con dediche soprattutto di quel tempo, parlano di un amore corrisposto, di un grande sentimento, velato di pudore, come si confaceva a quei tempi.
Lei aveva il volto della Gioconda di Leonardo e mio padre a quel tempo, era un militare dallo sguardo acuto con occhi verdi come il fondo del nostro mare. Nessuno dei suoi quattro figli ha il suo sguardo anche se tutti noi, ci riconosciamo l’impronta del suo gene emotivo e ribelle, razionale e impetuoso.
Mia madre apparteneva al tempo in cui le donne, in casa, erano un po’ malinconiche, ma sempre rispettose dei propri doveri, sempre attente alla cura dei figli e del marito.
Era frizzante e creativa soprattutto a scuola, dove si dedicava ai bambini delle elementari, come se fossero altrettante sue creature. Quando si spense nel 1994, a settantasei anni, noi figli notammo alcune sue ex allieve che portarono fiori e preghiere sul suo letto e lei immobile pareva una statua di cera, appena rosea; non impallidì neanche da morta. Mio padre la amò sempre e si dovette adattare a ottant’anni ad una vita senza di lei.